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L’integrazione europea è un sogno diventato azione dopo la Seconda guerra mondiale, per assicurare pace ad un continente in perenne lotta per l’egemonia fra Stati nazionali. L’obiettivo, come solennemente annunciato nella Dichiarazione Schuman del 9 maggio 1950: costruire gli Stati Uniti d’Europa, sul modello federale statunitense.
Il percorso, in mancanza di una guerra civile come quella che portò alla costituzione USA: l’integrazione funzionalista, per settori, progressiva, guidata da élite illuminate e interessi corporativi. Prima la condivisione delle scelte su carbone e acciaio (simboli della potenza bellica) nel 1951, poi la difesa (fallita) e l’energia atomica (anch’essa fallita).
Nella speranza che tutto ciò avrebbe condotto verso una maggiore integrazione politica e legittimità democratica. Perché i Padri Fondatori della Comunità Europea erano ben consapevoli che, senza riuscire a soddisfare le aspettative e i bisogni dei cittadini europei, l’integrazione del continente sarebbe stata, nel migliore dei casi, una fusione a freddo, fragile, sempre a rischio di frantumarsi in mille pezzi. Il Sogno Europeo era riuscire a soddisfare i problemi dei cittadini europei in un mondo di grandi attori globali, pur passando per scelte politiche nazionali: un percorso lungo, faticoso, tortuoso. E rischioso.
Un sogno e un percorso rimasti intatti grazie alla Guerra Fredda ed alla successiva speranza, dopo il crollo del Muro di Berlino, che il pianeta diventasse davvero un grande villaggio globale aperto a commerci e libertà di movimento di persone, merci e servizi. Il mondo ideale per un continente privo di materie prime, costretto ad importarle, trasformarle grazie a secoli di genio artigiano ed industriale, ed esportare beni ad alto valore aggiunto. Potendo contare per ottant’anni sulla deterrenza nucleare USA e su energia a basso costo dalla Russia.
Con il covid, l’invasione russa dell’Ucraina e l’aumento generalizzato dei conflitti (economici, politici e militari) negli ultimi anni l’Europa si è improvvisamente risvegliata in un contesto radicalmente mutato. E, non possedendo istituzioni collettive capaci di assumere scelte reattive, coerenti con le esigenze della storia, è oggi in un dilemma esistenziale che non sa come affrontare.
Dovrebbe farsi attore globale: dotarsi di una credibile capacità di deterrenza nucleare autonoma; implementare accordi commerciali preferenziali con aree strategiche per le importazioni ed esportazioni; cavalcare la spinta innovativa in settori sulla frontiera tecnologica come le energie rinnovabili, l’aerospazio, piattaforme digitali di varia natura; dotarsi di una politica industriale europea capace di affiancare politiche industriali nazionali in maniera sinergica e non competitiva.
Per farlo serve autonomia strategica. Il che significa che nel momento in cui il contesto globale non è più favorevole al decentramento delle funzioni chiave per la sopravvivenza dei cittadini in mani altrui, è necessario dotarsi delle infrastrutture minime che consentano l’erogazione di servizi ormai divenuti essenziali: sicurezza informatica, dalla quale dipende ormai la maggior parte della nostra esistenza quotidiana, e militare; flussi di approvvigionamento di materie prime chiave per il sostentamento del sistema produttivo; accesso a risorse primarie; comunicazioni e trasporti. Ossia quelli che si definiscono oggi i beni pubblici europei, cioè quei beni che è possibile produrre in maniera efficiente solo su scala continentale. Non in una logica autarchica ma per non essere costretti a subire ricatti, costringendoci ad abdicare magari ai nostri valori, conquistati in secoli di lotte fratricide.

